Leggende
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La Sarneghera
Sarneghera è il nome di una temuta tempesta che, caratterizzata da imponenti temporali, si forma nella parte sud-occidentale del Sebino per poi muoversi verso la Valcamonica. Il massimo di frequenza di questo fenomeno si distribuisce tra i mesi primaverili ed estivi, assumendo anche violenza inaudita.


sarnegheraVederla arrivare significa assistere ad uno spettacolo quasi apocalittico: prima si scatena il vento, poi da Sarnico fanno capolino grandi nuvole grigie che incupiscono il cielo, rendendo il lago inquieto e minaccioso. Le acque si corrugano prendendo il colore della fuliggine e poi, improvvisamente, la volta celeste comincia a scaricare una pioggia incessante, come se stesse urlando a squarciagola.
In pochi minuti campi e strade portano i segni della tormenta, mentre le abitazioni sulle sponde del lago sperano di superare indenni quegli attimi interminabili.

La Leggenda narra del triste amore di una fanciulla di Montisola, promessa sposa di un nobile della Franciacorta.
La giovane si recava ogni giorno a Sensole per piangere specchiandosi nelle acque del lago. Un giorno cadde in acqua, ma venne tratta in salvo da un pescatore di Sarnico.


Questa circostanza li fece innamorare e i due furono  felici fino al giorno in cui il padre della nobile ragazza li scoprì e vietò alla figlia di vedere l’innamorato, segregandola nel castello in cui vivevano.


Al giovane toccò sorte ancora peggiore, imprigionato in una grotta profonda nascosta tra i boschi di Sarnico.sarneghera2


Dopo mesi di dolore e disperazione giunse il giorno del matrimonio della fanciulla con il nobile franciacortino ed il signorotto ordinò l’uccisione del pescatore. L’afflizione della giovane fu talmente grande che, approfittando della disattenzione del padre, decise di uccidersi gettandosi nelle acque del lago, sperando di potersi ricongiungere al suo amato.


La Leggenda racconta che quando si scatena la Sarneghera i due giovani si stanno cercando sul fondo del lago, mentre il cielo si scaglia per vendetta da Sarnico su Montisola e sulla Franciacorta.

 

 


 

La Valle del Freddo
La Valle del Freddo è ricordata con l'arcaico nome di Valle del Diavolo. Secondo un’antica Leggenda, infatti, un giorno il Diavolo decise di sfidare Dio. Volle così incontrarlo sulla cima del Monte Clemo, da dove la vista poteva spaziare sulla Valle Camonica, fino a tutto il bacino del Lago d'Iseo e Montisola, e quasi alle colline della Franciacorta. 


La posta in gioco riguardava naturalmente il diritto a dominare sulle anime che popolavano le quattro vallate sottostanti. La sfida consisteva nel lanciare il più lontano possibile uno di quei massi rossastri, arrotondati e grossi, che si trovano sparsi sui pascoli del Monte Clemo. 


valle_del_freddoLo sfidante Satana lanciò per primo e la sua pietra cadde su un colle dinanzi alla Valle del Freddo, rompendosi in quattro pezzi. A questo punto Dio lanciò il suo masso, il quale giunse addirittura al di là della valle.


Il Demonio, sconfitto, per la stizza, picchiò il tallone sulla roccia con tale forza che la montagna si spezzò, inghiottendolo nelle viscere dell'inferno. Da questo baratro, il Diavolo iniziò allora ad alitare un vento gelido, una sorta di respiro malefico.


Le grosse pietre esistono, portate dal ghiacciaio. Provengono dalla Valcamonica e sono diverse da tutti i massi circostanti. Ma in aggiunta ai pertugi che emanano aria gelida, esiste anche un’enorme spaccatura che separa il Monte Clemo dal Monte Nà.


La Valle del Freddo è stata per molto tempo una zona "tabù". Solo nel 1939 si iniziò a comprendere l'unicità di questo luogo, quando si notò che vi crescevano stelle alpine (in un habitat decisamente non usuale).valle_del_freddo2


È poi degli anni '60 lo studio sistematico del posto e l'emanazione di due decreti di salvaguardia della particolare flora locale.
Nel 1973, inoltre, nacque a sua difesa il Nucleo Ecologico Alta Valcavallina (oggi denominato Nucleo Ecologico Valcavallina - Alto Sebino - Nevas). 


Attualmente la Valle del Freddo è stata in buona parte acquistata dall'Azienda Regionale delle Foreste, alla quale la Regione Lombardia ha affidato la gestione della Riserva Naturale, istituita ufficialmente il 24 marzo 1982.

 

 


 

Il Diavolo e le due ragazze
Una volta esisteva la credenza che, a chi stava alzato oltre la mezzanotte, comparisse il Diavolo.


La Leggenda racconta che un giorno due ragazze, pressoché vicine di casa, avessero deciso di preparare alcuni dolci all'insaputa dei genitori.
Scese così la sera e, mentre tutti dormivano, una delle due giovani si recò a casa dell'altra. Insieme si misero a impastare e cuocere, incuranti della superstizione.

Poco dopo la mezzanotte l'ospite notò sotto il letto della padrona di casa un uomo con le zampe di capra. Intimorita, disse all'amica di sentirsi poco bene e si affrettò a tornare a casa.
Dopo averne atteso l’uscita, il misterioso uomo lasciò il suo nascondiglio e si sedette accanto alla giovane rimasta sola, la quale continuò ignara a cucinare. 


Ad un certo punto, però, gli ingredienti finirono e la ragazza, volgendosi, vide quell'essere seduto accanto a lei.
Terrorizzata, la giovane notò subito i piedi di capra e, riconosciuto il diavolo, pensò di fuggire con la scusa di andare a prendere altra farina. Ma il Diavolo, assai scaltro, non credette alle sue parole e la trascinò via con sé, incurante del suo pianto e dei suoi scongiuri.

 

 


 

La piazza delle streghe di Pisogne
La Leggenda narra che nel 1518, nel tranquillo centro di Pisogne, alcune donne furono vittime di  una morte atroce, a causa di alcune ingiustificate accuse di stregoneria.

Otto giovani ragazze, accusate di “comportamenti soprannaturali” e satanici, vennero portate nella centrale piazza Umberto I, dove le attendeva un terribile “rogo purificatore".piazza_streghe

Dopo le lunghe ed estenuanti torture subite nelle prigioni, le donne confessarono e vennero condotte al rogo seguite da un’imponente processione, accompagnate dai sacerdoti del tribunale che intimavano loro di confessare i propri peccati e di rinnegare Satana.

Una volta a destinazione, furono legate a lunghi pali e venne appiccato il fuoco, mentre la folla assisteva festante e compiaciuta alla loro agonia.